TESTIMONIANZE

L’arte di Victor de Sabatadi Francesco SicilianiTeodoro Celli, “L’arte di Victor de Sabata”, ERI/Edizioni RAI, Torino, 1978

L’arte di Victor de Sabata di Teodoro Celli

C’è un Victor de Sabata storico, vissuto dal… al…, musicista, direttore d’orchestra, compositore, ammirato, amato, discusso, oggetto — specialmente oggi — di una collocazione critica nel mondo dei più prestigiosi interpreti del nostro secolo. C’è però anche un de Sabata metastorico, che non appartiene quindi soltanto alla sua epoca, ma fonda le sue radici in individuati valori artistici esistenti da sempre, che sono alla fonte dell’attività espressiva.
L’importanza di de Sabata si fonda soprattutto — a mio avviso, naturalmente — sul fatto di costituire l’esempio di un modo di essere e di sentire musicale, di un comportamento espressivo ed interpretativo di livello tale da poter coniare per questo esempio e per i conseguimenti raggiunti, il termine di ” desabatiano ” .

Per questo posso dire di essere stato “desabatiano” prima di aver conosciuto ed ascoltato de Sabata; l’incontro umano ed artistico con il Maestro ha confermato l’esistenza di una affinità preesistente, che ci ha consentito immediatamente un rapporto che è sembrato una reminiscenza. Premessa la natura di questo rapporto, ne consegue che dalla nostra lunga e cordiale vicinanza rimasero escluse, anche negli incontri di lavoro, le cose umane, troppo umane, le cose di ogni giorno, le conversazioni d’intrattenimento, brillanti, confidenziali, che rendono per altro interessanti e piacevoli tante amicizie.

Per quanto riguarda i nostri rapporti di lavoro, de Sabata avrebbe desiderato che io avessi accettato la direzione artistica del Teatro alla Scala fino dall’ottobre del 1952; nel mese di luglio dello stesso anno, infatti, mi chiamò per qualche giorno a Milano per intrattenersi con me su alcuni problemi dei Vespri Siciliani che io avevo allestito. nel Maggio Musicale Fiorentino del ’51 e che il Maestro avrebbe dovuto dirigere il 7 dicembre per l’inaugurazione della stagione scaligera 1952-53 con la stessa compagnia di Firenze — Callas, Christoff, Ma­scherini— e con l’inserimento del tenore Conley. Pur infinitamente lusingato, declinai la gentile offerta, poiché ritenevo di dover ancora portare avanti il discorso artistico iniziato con il « Maggio Musicale Fiorentino ». Quando nel ’57 accettai l’incarico della direzione artistica della Scala, il Maestro purtroppo non c’era più, e si era volontaria­mente ritirato nel suo esilio di Santa Margherita Ligure.

Avendo però egli accettato il titolo di « Alto Consulente Artistico della Scala », avevo spesso occasione di andarlo a trovare insieme al Sovrintendente e al Segretario Generale del Teatro, per informarlo dei nostri progetti di programmazione. Acuto, sensibile, intelligen­tissimo, aperto alle esperienze che in quel momento costituivano l’at­tualità, ci confortava con il suo consenso.

Al termine di queste riunioni, si accomiatava dagli altri e deside­rava rimanere solo con me. Mi parlava, allora, di certi suoi nuovi pro­getti di composizione, mi faceva vedere alcuni appunti; ma soprat­tutto mi intratteneva sui polifonisti della seconda metà del ‘500. L’interprete insuperato di Tristano e Isotta, di Pelléas et Mélisande, di Ravel, di Strauss, s’interessava profondamente dei polifonisti del ‘500 in generale, in modo particolare a Marcantonio Ingegneri, a Luca Marenzio e soprattutto a Gesualdo da Venosa. Anche per queste mu­siche, le sue intuizioni interpretative erano rapide e folgoranti.

L’ultimo nostro incontro a Santa Margherita Ligure avvenne, se ben ricordo, verso la fine del luglio del 1967, pochi mesi prima della sua morte, avvenuta in dicembre; restammo insieme l’intero pome­riggio, quasi avessi il presentimento che quello sarebbe stato il nostro ultimo incontro; anche il nostro lungo colloquio, nel tono degli argo­menti trattati ebbe aspetti insoliti. Parlò brevemente della sua fami­glia e della soddisfazione di vedere finalmente felice la sua Eliana.

Avendogli chiesto il consenso di far eseguire alcune sue composi­zioni alla RAI si mostrò interessato e mi disse che avrebbe visto in Lorin Maazel un interprete adeguato. Nel salutarmi mi guardò con una rammaricata dolcezza ed aggiunse: « Ah… se avesse accettato a suo tempo il mio invito alla Scala forse non avrei lasciato del tutto il teatro ed insieme avremmo potuto fare delle buone cose».

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