TESTIMONIANZE

Primo violino di spalla dell’Orchestra della ScalaFranco FantiniTratto da: Teodoro Celli, “L’arte di Victor de Sabata”, ERI/Edizioni RAI, Torino, 1978

L’arte di Victor de Sabata di Teodoro Celli

Io ho incominciato alla Scala nel 1942. Ero giovanissimo; allora, naturalmente, non ero ancora «spalla»: — lo sono diventato solamente dodici anni dopo — ero « violino di fila » con tanti altri miei colleghi. La prima stagione alla quale ho participato fu aperta in quell’anno, nel 1942 dal Maestro de Sabata col Falstaff di Verdi. Un’opera magnifica « da suonare » anche; perché per l’orchestra è di scrittura sinfonica, direi, e dà modo di veder «lavorare» un direttore d’orchestra!

Io, naturalmente, non conoscevo l’opera. È stata una cosa straordinaria: me ne sono innamorato subito, e proprio perché la dirigeva de Sabata. Il suo modo di « lavorare » era una lezione continua: non c’era un momento in cui non si fosse presi da questa sua sapienza, da questa profondità! Molti miei colleghi chiamano questo «magnetismo», anche a proposito di altri direttori d’orchestra.

Io non sono del tutto d’accordo, perché cerco, piuttosto, di capire la ra­gione per cui succedono certe cose. Per me, il magnetismo di un di­rettore d’orchestra grande (come appunto poteva essere de Sabata, come è stato de Sabata) era dovuto al fatto che si era presi dalla sua enorme sapienza, dalla lezione continua che quest’uomo faceva sul podio. Non c’era una battuta che non fosse penetrata, vissuta e fatta capire a noi che la stavamo suonando.

Ed era talmente convincente, nelle sue prove che per me la musica suonata con lui — il Falstaff, la Messa di Requiem e tante altre cose — è rimasta come lezione assoluta, indimenticabile, inchiodata nel cervello! Fatta dopo, con altri direttori d’orchestra, anche grandi, non arrivava mai a questi vertici. E tutto ciò mi è accaduto quando avevo solamente 17 anni.

Poi de Sabata, un brutto anno, per un infarto, ha dovuto smet­tere di lavorare. E allora è incominciato il periodo in cui noi, che avevamo vissuto con de Sabata, si parlava del passato, coi nuovi col­leghi che venivano nell’orchestra; e si parlava del grande direttore d’orchestra che de Sabata era: come i colleghi più di me anziani mi parlavano, prima, di Toscanini. E questo sembrava a molti un po’ una favola; sembrava «mitizzare» un pochino la figura di de Sabata. I colleghi credevano, sì, a ciò che dicevamo; ma non potevano capire fino a che punto questo fosse vero. Bene, dopo non so quanti anni, muore il Maestro Toscanini e a Milano fanno un grande funerale, col feretro che passa davanti alla Scala aperta; e de Sabata, dopo tanti anni che non dirigeva, è chiamato a dirigere l’Orchestra della Scala, a dirigere la Marcia Funebre della Sinfonia «Eroica» di Beethoven. E de Sabata viene, facciamo una prova o due per questa esecuzione, in commemorazione di Toscanini. Bene: tutti i colleghi che non avevano mai suonato con de Sabata, che erano arrivati alla Scala dopo di lui, e che avevano solo sentito noi parlarne in quel modo, in quel momento hanno capito ciò che nemmeno noi riuscivamo a dire: quello che de Sabata era come direttore d’orchestra.

 

In: Teodoro Celli,  “L’arte di Victor de Sabata”, ERI/Edizioni RAI, Torino, 1978