TESTIMONIANZE

L’arte di Victor de Sabatadi Gianandrea GavazzeniTratto da: Teodoro Celli, “L’arte di Victor de Sabata”, ERI/Edizioni RAI, Torino, 1978

L’arte di Victor de Sabata di Teodoro Celli

La prima volta che ho visto dirigere de Sabata risale nientemeno che al 1924, all’Augusteo di Roma, nel vecchio Augusteo dí Bernardino Molinari, l’ultimo dei quattro anni che ho passato a Santa Cecilia prima di venire a Milano. E in questo concerto de Sabata —ricordo bene — diresse la prima esecuzione del suo poema sinfonico La Notte di Platon. Poi nel 1930, ascoltai le prime opere da lui dirette alla Scala, tra cui una indimenticabile Fanciulla del West. E da allora credo di aver ascoltato tutti gli spettacoli operistici allestiti da de Sabata alla Scala.

In particolare poi devo ricordare nel dopoguerra — 1948 — la prima volta che fui chiamato a dirigere nella Scala vera e propria (prima avevo diretto nella Scala sfollata al Lirico, durante la guerra) quando per il decennale della morte di Ravel de Sabata diresse L’Enfant et les sortilèges dí cui — come sappiamo — era stato il primo direttore a Montecarlo; e mi fu assegnato di dirigere dopo di lui, nella stessa serata, i due balletti Daphnis et Chloé e La Valse. Era un impegno da far tremare, dirigere partiture dello stesso autore, dopo di lui; ma egli seppe togliermi qualunque disagio, perché con l’affettuosità del suo rapporto, il consiglio, l’incitamento, non per incoscienza né per presunzione, riuscii a dirigere liberato da qualunque complesso inibitorio nei suoi riguardi.

La stessa prerogativa egli la esercitò nei due anni ín cui fu sovrintendente artistico alla Scala; quando, costretto all’inattività come direttore, con estrema pazienza e senza lasciar trapelare nulla assi­steva a tutte le prove, disponeva gli spettacoli, stava in teatro da mattina a notte. E anche lì, avendolo alle spalle mentre si concertava, non dava nessun disagio ma soltanto un grande senso di confidenza amichevole, che eliminava imbarazzo e inibizione. I consigli, gli av­vertimenti, netti ed anche energici, ma affettuosi.

Questa mi sembra sia stata la prerogativa di de Sabata uomo, oltre ad una forza morale ben rara. Un grandissimo interprete come lui, costretto a non più dirigere e impegnato (per sua volontà, perché nessuno lo aveva costretto) a occuparsi del teatro dove aveva svolto la maggior parte della sua attività, dove aveva ricevuto soddisfazioni e vissuto serate indimenticabili, che io ricordo bene, costretto ad assistere a concertazioni altrui… cosa avrà pensato dentro di sé? Non trapelava mai nulla che potesse creare il minimo disagio nei direttori d’orchestra; e non trapelava nulla del suo segreto, del suo rimpianto, di quello che egli avrà certamente portato dentro di sé, come una ferita non rimarginabile.

Nel periodo in cui ero direttore artistico della Scala e il Maestro chiuso a Santa Margherita, i rapporti non erano molto frequenti; ma poiché lui desiderava essere informato e soprattutto desiderava ricevere le persone che stimava e delle quali era amico, sono andato alcune volte a visitarlo. Ne ricordo una in particolare che mi è molto cara: siamo stati io e lui a colazione insieme nel salottino del suo piccolo appartamento, all’Hotel Lido, e stando a tavola fino alle cinque abbiamo chiacchierato, di cose scaligere, di cose musicali, di cose personali, dí ricordi. Verso sera mi accompagnò alla stazione a piedi.

E poi ricordo un’altra visita, nello stesso periodo della mia direzione artistica con Francis Poulenc, Eugenio Montale e Franco Armani, per un concorso che era stato indetto da Fosca Crespi Puccini nell’anno del centenario pucciniano, per un’opera nuova. Io ero in commissione e de Sabata presidente; e della Commissione facevano parte appunto Armani come segretario, Poulenc e Montale per la parte librettistica; concorso che andò deserto perché si presen­tarono poche opere, e di ben poco rilievo. Comunque, siamo andati per la seduta conclusiva, d’inverno, a Santa Margherita: allora de Sabata si era trasferito in altro albergo, l’Albergo Regina; e verso sera, dopo aver finito il nostro lavoro siamo partiti in automobile — Montale, Poulenc ed io — e lui sulla porta dell’albergo ci salutava sorridendo, apparentemente sereno. Era un tramonto invernale di Santa Marghe­rita deserta, triste, livido di luci; e ricordo bene che appena avviati in macchina Poulenc disse: « Ma quali saranno le sere di quest’uomo, di questo musicista, qui da solo, in questo luogo? »… E questo inter­rogativo ci seguì lungo il viaggio, ed era un interrogativo che spesso pochi amici che andavano a trovarlo si ponevano: quali saranno state le sue sere di Santa Margherita?

De Sabata diceva poco di se stesso, ma da quel poco trapelavano dei segni che lo rivelavano un uomo di molte letture, soprattutto nell’area della letteratura francese; lo trovai molto al corrente e molto approfondito in certe letture francesi ottocentesche. Inoltre aveva una passione, diciamo così, scientifico-meccanica, aveva la passione delle costruzioni navali. Era un uomo estremamente complesso e, a parte il grandissimo valore musicale, una personalità di molti segreti interni, che nessuno riusciva a penetrare. Era molto geloso di se stesso, aveva quasi un pudore di se stesso, anche per rispetto verso il prossimo, perché raramente ho trovato una persona di quella fama, di quella notorietà con un rispetto per gli altri come de Sabata.

In quanto al de Sabata compositore, egli è figlio del suo tempo, cioè di un tempo particolare italiano, e specialmente milanese. Nella sua prima giovinezza aveva scoperto Debussy, Ravel, Strauss, i Russi, il primo Stravinsky. Non dobbiamo dimenticare che de Sabata compositore ha avuto una fama precoce, se si pensa che già nel ’17 l’unica sua opera teatrale — Il Macigno — veniva presentata alla Scala, e se si pensa che Arturo Toscanini portò nella tournée del 1920, (con quella che poi sarebbe diventata l’orchestra della Scala dal ’21) cioè nella tournée americana, e poi italiana, il poema sinfonico Juventus, eseguendolo molte e molte volte; e anche l’ultimo poema sinfonico di de Sabata — il terzo, Gethsemani — ebbe la prima esecuzione nel ’25 alla Scala sempre da parte di Toscanini.

Circa la vitalità della sua musica, si può dire che essa ha seguito la stessa sorte di quella di altri sinfonisti italiani di quel periodo, il periodo tipico del poema sinfonico, il periodo, appunto, dell’epigonismo debussiano, raveliano, straussiano. In fondo è stata una sorte comune: oggi non si esegue più la musica di de Sabata, ma alla stessa stregua non si esegue più la musica sinfonica di altri compositori ita­liani del primo trentennio del ‘900, che pure ebbero fama e diffusione.

Un ricordo ancora, l’ultimo. Il ricordo del dicembre del 1967, quando de Sabata si spense. Dieci anni prima, per il funerale di Toscanini, in quei « riti » che Milano sapeva concertare per i grandi morti — Verdi, Puccini (io ero nel Duomo di Milano con gli allievi del Conservatorio al funerale di Puccini), Giordano, per il quale vi fu una partecipazione di folla incredibile intorno alla Scala — per Toscanini, dunque, de Sabata era tornato fulmineamente da Santa Margherita, per dirigere la Marcia funebre dell’Eroica, in una Scala completamente vuota, il feretro toscaniniano nell’atrio, la folla fuori sulla piazza. E poi era partito immediatamente, senza fermarsi mez­z’ora di più.

Per la morte di de Sabata si riproponeva lo stesso problema; la Marcia funebre diretta da de Sabata per Toscanini, la. Marcia funebre beethoveniana per de Sabata, diretta da chi?… Ricordo che Ghiringhelli desiderava che fossi io a dirigerla. Ero direttore artistico ma ri­fiutai. Pensai — e gli amici della direzione scaligera aderirono su­bito alla mia idea — che l’omaggio migliore fosse che la Marcia funebre venisse eseguita dall’orchestra sola, nella Scala pure vuota, con il feretro di de Sabata — come per Toscanini — nell’atrio. E così fu! E fu un momento di alta emozione che non ho dimenticato; ma non mi sarei mai sentito — dopo che de Sabata aveva diretto per Toscanini — di dirigere, io, per de Sabata!

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