TESTIMONIANZE

L’arte di Victor de Sabatadi Nicola BenoisTratto da: Teodoro Celli, “L’arte di Victor de Sabata”, ERI/Edizioni RAI, Torino, 1978

L’arte di Victor de Sabata di Teodoro Celli

Ricordo la collaborazione con de Sabata con immenso piacere. Eravamo legati da una amicizia cordiale ed affettuosa, e lui aveva una particolare sensibilità per la pittura, per la scenografia, per lo spettacolo. Questo, naturalmente, in un certo senso, ci vincolava; non gli sfuggiva niente, ecco: lui lavorava nello spettacolo insieme con me in ogni suo particolare. Più di una volta mi chiamava nel suo ufficio, con i modellini, le piante… voleva vedere esattamente come erano le posizioni delle scene.

Un piccolo episodio che denota come egli fosse sensibile anche ai difetti degli spettacoli: la luna del Mefistofele, era riuscita male… ed era venuto fuori un cielo tutto storto, poveretto!… E tremolava per­ché si cercava di aggiustare il proiettore; allora nell’intervallo, de Sa­bata non solo non è voluto uscire davanti al pubblico — malgrado le ovazioni e gli applausi — ma ha fatto una scenata spaventosa a noi tutti per questa luna; e gridava «Questa luna maledetta! ».

Era molto sensibile a questi fatti, a questi dettagli. Ma, poi tutta la preparazione con de Sabata era sempre molto interessante: era un uomo estremamente colto ed apparteneva a quella schiera di formi­dabili direttori che erano sensibilissimi anche alla messa in scena !

Chi collaborava con lui sentiva questa sua autorità; l’autorità era  talmente grande che quando lui entrava in teatro, effettivamente tutt il teatro si metteva quasi sull’attenti. Si diceva: « É entrato de Sabata! ». Ecco: questa è la cosa che, mi sembra, denoti la forza di un artista.

E poi le sue finezze: amava curare tutte le cose, mi consigliava su certi particolari, perché, essendo in quel momento anche sovrintendente artistico del teatro, si occupava di tutto! Una volta, dopo che avevamo montato la nave nel secondo atto della Gioconda, mi fece un’osservazione sul cordame, sulle corde degli alberi, perché, scherzo­samente, diceva di essere stato anche ingegnere navale! Le sue osservazioni avevano sempre una certa importanza ma le faceva con deli­ziosa ironia!

Io penso che un uomo della sua sensibilità nel campo della pittura, della scenografia, è paragonabile a pochi altri, nella gamma dei nostri direttori d’orchestra, anche i più grandi. Comunque, apparte­neva a quella categoria di direttori che, — pur essendo molto consa­pevoli della loro autorità e della loro cultura, — odiavano tutto quello che poteva diventare esibizionismo nel campo della messa in scena. Pretendeva anche una approfonditissima fedeltà alla volontà dell’au­tore, innanzitutto, del librettista, e perciò per lui era molto impor­tante che fossero seguite le indicazioni delle didascalie. Non ammet­teva che, per esempio, di sana pianta, arbitrariamente, ci si mettesse a trasformare e cambiare i connotati a un’opera! Questa per lui era una cosa assolutamente contraria al compito di un grande teatro acca­demico come la Scala, che ha anche l’obbligo di presentare al pubblico non dei surrogati delle messe in scena o personalissime edizioni, ma una fedele e testuale interpretazione.

Quest’idea la condividevo anch’io, e la condivido ancor oggi! Ri­tengo indispensabile regola non uscire dai binari, non andar nelle avventure. Purtroppo oggi si osserva che in alcuni grandi teatri, a prezzo di tremende spese, si fanno degli esperimenti; esperimenti su una fedele e testuale interpretazione.  Delle opere dirette da de Sabata un enorme piacere mi ha dato Sansone e Dalila. Ce l’abbiam messa tutta, proprio noi due, ci siamo impegnati in Sansone e Dalila; lui dal punto di vista musicale è stato veramente grandioso! Ma lo preoccupava anche, per esempio, moltissimo, il crollo finale del tempio. E su questo punto proprio ha ri­chiesto da me, da tutto il nostro personale tecnico il massimo rendi­mento, tutto ciò di cui eravamo capaci! Infatti, il crollo è riuscito molto bene, teatralmente impressionante; e lui se ne compiaceva, tanto che usciva a salutare il pubblico tutto infarinato… col frac co­perto ancora dal polverone che sollevavano i nostri vari congegni, i quali infatti riempivano il palcoscenico di una nuvola di sabbia, di gesso, di tutto quello che cadeva. Erano blocchi!… E in questo mo­mento appariva de Sabata quasi come un mugnaio, direi!… E lui poi, dietro al sipario, si compiaceva con me!

 

In: Teodoro Celli,  “L’arte di Victor de Sabata”, ERI/Edizioni RAI, Torino, 1978

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